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La casta silenziosa dei giuristi

Articolo · Redazione ·
Il Parlamento ha approvato la cosiddetta "separazione delle carriere". Il dibattito è molto animato. Al di là delle contrapposizioni precostituite e alla montagna di slogan con cui le cronache ci sommergono, considerato che nella prossima primavera saremo chiamati ad un referendum per avvalorare o meno questa riforma costituzionale, è bene che ognuno si faccia idea di cosa stiamo parlando e cosa questo cambiamento legislativo ha messo in movimento nel magma di quella giustizia che - molto, purtroppo, convinti - non possiamo che chiamare ingiusta. 
Riportiamo, grazie all'Istituto Bruno Leoni, un brano di Pier Giuseppe Monateri, tratto dal suo saggio "La casta dei giuristi. La repubblica parallela del potere senza responsabilità" contenuto nel libro "I signori del diritto" edito da IBL Libri. Il volume è stato presentato lo scorso martedì a Milano. Insieme ai due autori del libro, Monateri e Raimondo Cubeddu, sono intervenuti Serena Sileoni e Nicolò Zanon. La registrazione video della presentazione è disponibile sul canale YouTube dell'IBL.
VDM
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Chi sono, davvero, "i giuristi"? Dire "casta dei giuristi" è utile a provocare attenzione, ma per capire la natura del problema bisogna distinguere. Non sono tutti giudici, né tutti pubblici ministeri. Non sono tutti professori di diritto costituzionale o consiglieri di Stato. E nemmeno tutti funzionari ministeriali che scrivono decreti in ombra. Il mondo dei giuristi è ampio, interclassista, articolato: include chi interpreta, chi scrive, chi applica e chi suggerisce la norma. Eppure, in momenti storici particolari, queste figure diverse tendono a convergere in una stessa postura: quella del tecnico che, nella confusione della politica, alza la voce per dire cosa è legittimo, cosa è sbagliato, cosa "non si può fare".

Il punto è che non c'è nulla di male, in astratto, in una cultura tecnica del diritto. Anzi, è necessaria. Ma quando questa tecnica pretende di valere anche come fondamento del comando, quando il sapere si fa sovrapporre alla decisione politica, allora abbiamo un problema. Il giurista tecnico, che dovrebbe stare al fianco del decisore per chiarire limiti e strumenti, si trasforma in giurista-governatore: qualcuno che non amministra, ma giudica chi amministra. E se necessario, lo squalifica, lo blocca, lo neutralizza.

Succede così che il giurista, da servitore del diritto, diventi garante di una propria visione del mondo, spesso mascherata da neutralità. In nome della legalità, interpreta. In nome dell'uguaglianza, suggerisce. In nome della dignità, impone.

Eppure, quello che accade dietro le quinte è che il giudizio tecnico si innesta in una scelta valoriale. Non si tratta più di dire "questo è vietato dalla legge", ma "questo non è coerente con la lettura evolutiva della Costituzione", oppure "questa norma non risponde ai parametri internazionali dei diritti umani", oppure ancora "questa politica è priva di razionalità, quindi illegittima". Siamo passati dalla legalità alla giurisprudenza creativa, e dalla giurisprudenza creativa a una forma di potere diffuso senza investitura.

La tecnocrazia legale è una forma sottile di governo. Non si presenta alle elezioni, ma influenza il contenuto delle leggi. Non legifera, ma decide cosa sopravvive del testo normativo, e cosa invece deve essere reinterpretato alla luce di princìpi superiori. Non si assume la responsabilità del risultato, ma giudica quelli altrui. È un potere che si esercita senza visibilità, ma con grande efficacia. Ed è proprio questo che alimenta l'idea - oggi sempre più diffusa - che il giurista non sia solo un esperto, ma un guardiano di senso. Non uno che "applica il diritto", ma uno che decide il perimetro del legittimo.

Pier Giuseppe Monateri è Professore di Diritto comparato all'Università di Torino e coautore del libro "I signori del diritto"
 
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