Via libera al nuovo decreto flussi per il triennio 2026-2028 con circa 500.000 arrivi per lavoro stagionale, lavoro non stagionale subordinato e autonomo. Cifre da capogiro o “molto rumore per nulla”? Ne discutono Cinzia Conti e Salvatore Strozza*, sostenendo la necessità di valutare il fabbisogno di lavoro alla luce delle dinamiche demografiche in atto, di verificare l’impatto effettivo della programmazione passata, nonché di considerare tutte le migrazioni – non solo quelle per lavoro – come una potenziale risorsa per il Paese.
Verso la seconda programmazione triennale dei flussi per lavoro
Il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 30 giugno 2025, ha varato in via preliminare il nuovo Decreto Flussi per il triennio 2026–2028, che stabilisce il numero di lavoratori non UE che potranno entrare regolarmente in Italia per motivi di lavoro. Rispetto al decreto precedente la cifra complessiva salirà a quasi 500.000 posti (precisamente 497.550), circa 50.000 in più rispetto al triennio precedente. Gli ingressi autorizzati sono suddivisi in questo modo: a) 230.550 posti per lavoro non stagionale e autonomo (ad esempio, nei settori dell’assistenza, dell’edilizia o dei servizi); b) 267.000 posti per lavoro stagionale, in particolare nei settori agricolo e turistico.
Senza dubbio si tratta di un buon segnale, quantomeno di continuità nella programmazione dei flussi regolari per lavoro. Probabilmente è ormai evidente a tutte le parti politiche quanto da anni evidenziato da diversi studiosi, e in particolare dai demografi, sulla necessità di adeguati flussi migratori dall’estero per provare ad agire positivamente sull’evoluzione demografica in atto.
Le quote dovrebbero essere state definite tenendo conto dei dati statistici raccolti negli anni passati e delle richieste avanzate dalle imprese e dalle associazioni di categoria. Al momento però è molto difficile capire attraverso i dati diffusi ufficialmente cosa sia realmente avvenuto attraverso i decreti flussi precedenti. Nell’era del “data deluge”, i numeri che possono consentire qualche valutazione sono pochi, spesso contraddittori, nonché di complessa interpretazione. Sembra inoltre necessario richiamare l’attenzione non solo sulle necessità immediate del mercato del lavoro, ma anche sull’evoluzione demografica a brevissimo e breve termine.
Un fabbisogno di lavoratori innegabile e fortemente sottovalutato
Appare opportuno fare prima di tutto una valutazione generale sulle cifre previste dal Decreto Flussi 2026-2028, tenendo conto del potenziale fabbisogno di lavoratori provenienti dall’estero per il triennio di programmazione. Quasi 500.000 posti complessivi non sembrano pochi, ma si ridimensionano notevolmente se escludiamo dal computo i quasi 270.000 lavori stagionali, che potrebbero, in un’ipotesi limite, essere gli stessi posti destinati agli stessi migranti che tornano di anno in anno. In ogni caso, si tratterebbe di una questione di turn-over. Ci dobbiamo quindi chiedere se da un punto di vista demografico è sufficiente prevedere annualmente l’arrivo di 76.850 lavoratori provenienti dai paesi non appartenenti all’UE nel triennio 2026-2028?. Per provare a rispondere a questa domanda si può fare ricorso alle proiezioni Eurostat della popolazione residente in Italia nell’ipotesi di saldi migratori nulli. Le proiezioni considerate non tengono conto di quanto effettivamente successo nel biennio 2023-2024, ma questo dovrebbe incidere poco sulla riflessione che si intende qui proporre. Secondo le stime Eurostat tra l’inizio del 2026 e l’inizio del 2029 la popolazione residente dovrebbe ridursi di oltre 910.000 persone, all’incirca 300.000 residenti in meno all’anno con cifre crescenti nel tempo (tab. 1). Gli under 20 diminuirebbero di quasi 620.000 unità, mentre gli over 65 aumenterebbero nel triennio di oltre 750.000 persone, con il conseguente ulteriore invecchiamento della popolazione. La fascia di età lavorativa (20-64 anni) subirebbe quindi una perdita di circa 1.050.000 individui, di cui 330.000 nel 2026, meno di 350.000 nel 2027 e quasi 375.000 nel 2028. Supponendo che i tassi di occupazione distinti per sesso e classi quinquennali di età rimangano costati ai livelli medi del 2024, è possibile valutare la diminuzione nel prossimo triennio del numero di lavoratori di 20-64 anni per effetto delle tendenze demografiche in atto. Appare evidente che si tratta di un puro esercizio, capace però di dare indicazioni di massima sulla potenziale necessità del mercato del lavoro e sulla corrispondenza tra il probabile fabbisogno esterno di lavoratori e la programmazione dei flussi per lavoro. Secondo quanto supposto, il numero di occupati si ridurrebbe nel periodo 2026-2028 di circa 835.000 unità, con una diminuzione di circa 270.000 nel primo, meno di 280.000 nel secondo e quasi 290.000 occupati nel terzo anno. La perdita più consistente riguarderebbe la fascia d’età centrale, seguita da quella meno giovane e quindi da quella più giovane (tab. 1).

Se l’obiettivo fosse quello di garantire la copertura nel breve periodo dei potenziali posti di lavoro che resterebbero scoperti per effetto delle dinamiche demografiche in corso, sarebbe necessario programmare un numero di arrivi per lavoro a tempo indeterminato più che triplo, probabilmente almeno quadruplo, rispetto a quanto attualmente previsto (76.850 persone per ciascuno dei tre anni). Infatti, bisognerebbe creare le condizioni per avere un saldo migratorio per lavoro positivo per quasi 300.000 unità all’anno. Tale saldo dovrebbe riguardare tutti, cioè non solo i cittadini non UE ma anche quelli UE e i cittadini italiani. Questo comporterebbe una programmazione degli ingressi stabili per lavoro di cittadini dei Paesi Terzi che dovrebbe essere probabilmente maggiore rispetto al valore del saldo migratorio, dovendo tenere conto anche delle partenze. Allo stesso tempo, va tenuto presente che una parte degli arrivi per motivi diversi da quelli lavorativi potrebbe dare luogo ad inserimento del mercato del lavoro, come vedremo in seguito.
Quelle appena esposte sono considerazioni sostanzialmente in linea con quanto già emerso in passate valutazioni (Gesano e Strozza 2011; 2019) ed anche in recentissime analisi (Galli et al. 2025), volte a definire la dimensione dei flussi migratori in linea con il raggiungimento di determinati obiettivi generali. È una storia già scritta, come emerge (Fig. 1) dall’esame delle variazioni della popolazione nelle tre grandi classi di età (0-19; 20-64 e 65 e più anni) e degli occupati di 20-64 anni nei prossimi tre trienni (dal 2026 al 2034). Senza migrazioni e ipotizzando tassi di occupazione per sesso e classi quinquennali di età uguali a quelli del 2024 gli occupati sono destinati a diminuire di circa 300.000 unità all’anno. Il ricorso al metodo coorti-componenti per aggiornare ogni 1-2 anni le proiezioni senza migrazioni della popolazione residente per sesso ed età e ai tassi di occupazione più recenti (o di previsione) per valutare la potenziale variazione degli occupati consentirebbe al Governo di avere una cornice demo-economica all’interno della quale programmare i flussi migratori futuri per lavoro.

Trascurando i cambiamenti nel mercato del lavoro che dovrebbero incidere marginalmente nel breve periodo considerato, la determinazione del numero di arrivi per lavoro dall’estero dipende anche dalla valutazione della possibilità di coprire una parte dei posti vacanti attraverso un innalzamento dell’occupazione interna, in particolare di quella femminile (sia italiana che straniera), come attraverso gli arrivi di migranti per motivi diversi dal lavoro.
Superare la visione mercato-lavoristica per un’effettiva governance delle migrazioni
Da oltre un decennio il principale motivo dei nuovi ingressi in Italia di cittadini non UE è il ricongiungimento familiare. Nel 2023 i non comunitari entrati per motivi di famiglia sono stati quasi 129.000. Poco più della metà erano minorenni, ma per il resto si trattava di maggiorenni (prevalentemente donne) con un permesso che consente comunque lo svolgimento di un’attività lavorativa. Senza contare che i minorenni, specie i più grandi, potrebbero contribuire presto al mercato del lavoro italiano, anche in maniera molto mirata se fossero adottate adeguate politiche di formazione e inclusione.
Nello stesso anno sono stati inoltre rilasciati circa 106.000 permessi per richiesta asilo e altre forme di protezione. Si tratta anche in questo caso di un titolo di soggiorno che consente di lavorare regolarmente (dopo due mesi di permanenza). Purtroppo però l’accesso al mercato del lavoro dei richiedenti asilo risulta complesso. Un limite è costituito dal fatto che i permessi per richiesta asilo e protezione speciale non sono convertibili in permessi per lavoro. Pertanto, se un richiedente asilo, attendendo la valutazione della sua domanda, trovasse un regolare lavoro, nel caso la sua istanza venisse rigettata, anche con un contratto in mano, non potrebbe convertire il permesso e restare in Italia per lavoro. Si tratta di un vincolo importante in un Paese che ha bisogno di manodopera straniera e che limita anche quelle che possono essere le esperienze e la formazione di persone disponibili a lavorare che si trovano già sul territorio. I datori di lavoro difatti potrebbero non sentirsi incentivati ad assumere e investire su risorse che potrebbero perdere anche in breve tempo. Si comprende l’importanza di non confondere la richiesta di protezione internazionale con una facile e non regolamentata porta di accesso al mercato del lavoro italiano, ma è altresì imprescindibile facilitare l’occupazione regolare di persone in attesa che la loro istanza venga valutata, anche e soprattutto per evitare l’ampliamento di sacche di irregolarità. Una norma per la regolarizzazione di queste posizioni lavorative consentirebbe l’incontro tra domanda e offerta di lavoro direttamente sul territorio italiano per la componente probabilmente più fragile dell’immigrazione straniera.
I decreti flussi sono quindi importanti per la gestione degli arrivi per lavoro, ma andrebbero definiti nella più ampia cornice delle nuove migrazioni che prevedono anche consistenti flussi che seguono canali diversi, ma che possono tuttavia contribuire al mercato del lavoro italiano, se adeguatamente governati e valorizzati.
Da opacità a chiarezza di dati e strategie
L’invecchiamento della popolazione pone dunque diverse sfide, tra cui il ricambio generazionale nel mondo del lavoro e il crescente bisogno di assistenza e cure, anche specialistiche, legato all’aumento della longevità. Ci sono settori come quelle medico-sanitario in cui la ricerca di manodopera è già un’emergenza. È quindi assolutamente benvenuta la programmazione dei nuovi flussi in ingresso, ma per una quantificazione del fabbisogno sarebbe senz’altro utile tenere maggiormente conto delle dinamiche demografiche in atto e disporre di dati certi su quanto avvenuto negli anni precedenti. Spesso le cifre che circolano sono contraddittorie e non consentono un monitoraggio tempestivo di quanto avvenuto, a partire dalla verifica del pieno utilizzo delle quote. I dati diffusi sui nullaosta non coincidono con quelli relativi ai permessi di soggiorno per lavoro rilasciati nello stesso anno di riferimento – i primi sono molto più numerosi dei secondi – e resta nel mezzo un vuoto informativo che sarebbe davvero importante colmare. Al di là dell’effettivo sfruttamento delle opportunità aperte dai decreti flussi, attualmente anche le quote “teoricamente” previste non sembrano sufficienti a riempire il vuoto demografico che si verrà a creare, forse questa mancanza potrebbe essere in parte compensata dai flussi che arrivano annualmente per altri motivi, ma al momento non si hanno i numeri per comprendere la consistenza di questo contributo: banalmente non sappiamo quanti di coloro che arrivano per altri motivi lavorano entro l’anno di arrivo. Resta fermo comunque che è fondamentale che, oltre a prevedere nuovi necessari ingressi, il Governo si impegni per l’inclusione sociale e lavorativa dei migranti già presenti sul territorio, ampliando la partecipazione al mercato del lavoro di giovani immigrati e – soprattutto – immigrate, si tratta di un’ulteriore importante leva sulla quale agire per reperire le risorse umane che mancheranno.
Riferimenti bibliografici
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Lunghe attese e irregolarità: neanche “ritoccato” il decreto flussi funziona, ‘Ero Straniero’, Monitoraggio decreti flussi 2023-2024.
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“Decreto flussi: la verità dietro i numeri”, Nuovo Dialogo, 2 luglio.
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“Fecondità delle italiane e immigrazione straniera in Italia: due leve alternative o complementari per il riequilibro demografico?”, Rivista delle Politiche Sociali, n. 4, 2019, pp. 119-140.
Tavernini M., Di Rienzo A. (2024),
“Nel limbo di irregolarità e ricattabilità per mano dei decreti flussi”, Altreconomia, 19 giugno.
(Cinzia Conti e Salvatore Strozza su Neodemos del 05/09/2025)